Fondazione Carlo Molo Onlus
Presidente:
Dr. Mariateresa Molo

LABORATORIO SPERIMENTALE AFASIA


coordinatore del servizio : Dr. Alberto Giachero
Sostegno psicologico soggetti con deficit acquisito
 

IL SOSTEGNO PSICOLOGICO DEL PAZIENTE CON DEFICIT COGNITIVO ACQUISITO

 

Le dimissioni dal reparto sono sempre accompagnate da forti aspettative sul recupero e i pazienti in questa fase sono completamente concentrati sui vari percorsi riabilitativi. Sperano, anzi credono fermamente di poter tornare quelli di prima. Il recupero spontaneo che si verifica nei primi quindici giorni conseguentemente al parziale riassorbimento della lesione rappresenta un forte incentivo per questo tipo di illusione. In questa fase il sostegno psicologico passa in secondo piano, nell’esperienza del soggetto si alternano sedute di logopedia a quelle di fisioterapia confidando nel fatto che la lesione non abbia creato emiplegia profonda nella parte controlaterale alla lesione sinistra. E’ proprio in questo periodo che il paziente non va abbandonato. Occorre lavorare sull’illusione di poter rientrare a pieno titolo nella vita precedente al trauma cerebrale. Trattasi di un percorso di consapevolizzazione lenta che coinvolge l’intera holding di riferimento. In questa fase lo psicologo clinico deve essere sensibile alla ferita narcisistica della persona afasica inerente al fatto di dover accettare il danno irreparabile alle proprie capacità, abilità intellettuali, talenti, e anche alla vera essenza della propria personalità (Gabbard, 2000).

E’ essenziale che lo psicologo rispetti ed empatizzi con il bisogno del paziente di utilizzare il diniego (Lewis, 1991). E’ facile che confronti diretti con il diniego non portino a nulla, anzi potrebbero distruggere qualsiasi speranza di una futura alleanza  orientata al sostegno. Promuovere l’autoaccettazione di questi limiti cognitivi e comunicativi significa per i clinici esporre gradualmente i pazienti afasici alla realtà del deficit, con modalità che permettano ai pazienti stessi di piangere le perdite poco alla volta, settimana dopo settimana, lungo un ampio arco di tempo (Gabbard, 2000). In particolare questa manovra deve essere concertata  tra tutti gli operatori sanitari che si occupano della persona cerebrolesa, le implicazioni del deficit vanno spiegate in piccole unità di informazioni che il paziente sia in grado di assimilare e comprendere (ibidem).

I successi della riabilitazione possono bilanciare il dolore per le capacità perdute ed orientare verso nuove attitudini. Tuttavia lo psicologo che accompagna il soggetto lungo l’asse terapeutico deve essere consapevole dell’evoluzione temporale del ristabilimento e dei suoi effetti nei processi di pensiero del paziente. Possono essere identificate tre fasi generali (Stern, 1985). Nella prima fase il paziente è incapace di elaborare quanto avvenuto. Le abituali difese dell’io sono distrutte, e lo psicologo svolge una funzione di io costante, supportivo, ausiliario, che sopperisce alle funzioni mancanti del paziente e che gli spiega quanto sta accadendo.

Nella seconda fase i pazienti iniziano a capire quanto è successo e sono inclini a sentirsi vittime di un mondo minaccioso per lo più che non li capisce o di cui comprendono poco. In questa fase vanno contenuti gli impulsi all’inettitudine e al ritiro sociale. Sviluppare la fiducia negli altri è uno dei compiti principali nel recupero dei pazienti con lesione cerebrale, e una buona alleanza con lo psicologo può essere un primo passo in questa direzione. La fiducia passa inevitabilmente attraverso il rispetto dei turni di conversazione e corrette interpretazioni di ciò che il paziente intende comunicare. Solitamente in questa fase si ripercorrono a ritroso le tappe del ricovero e vengono conferiti significati all’esperienza. Gradatamente si assiste alla differenziazione tra quanto vissuto internamente dal paziente e la realtà esterna. Con il miglioramento del fluire della conversazione, facilitata da contesti forti sui quali implementare dati e dal clima di tranquillità che consente buoni recuperi dal “vocabolario” interno, i pazienti entrano nella terza fase, nella quale i conflitti intrapsichici diventano più importanti. Il compito dello psicologo diventa quello di aiutare il paziente a formare una nuova identità collegando le esperienze e le rappresentazioni di sé del passato alle esperienze e rappresentazioni attuali.

A questo punto è più facile mettere in dubbio l’idealizzazione che il paziente fa del passato per facilitare l’integrazione del passato nel presente. Il dolore e la perdita sono temi centrali in questa fase e fortemente correlati al recupero attuato.

Un buon recupero comunicativo solitamente conduce ad una ripresa e un reinserimento nel proprio posto di lavoro o in famiglia senza eccessivi problemi di adattamento. Se il problema di comunicazione rimane spiccato, dopo la fase individuale occorre procedere con un lavoro di gruppo specifico che permetta al paziente di condividere stati mentali con soggetti affetti dallo stesso problema. Il confronto e il graduale fluire della conversazione genera effetti interessanti che aumentano il livello di autoefficacia con un effetto di ipotetico trasferimento che migliora la qualità della vita dei pazienti.

La fase che prelude ad un training di gruppo deve essere impostata in modo che il paziente non arrivi a questo tipo di esperienza con un livello di depressione troppo elevato. Lo psicologo con competenze neuropsicologiche può svolgere la funzione di motivatore, lavorando anche sul contesto del paziente come specificato sopra. Tuttavia questo tipo di lavoro non può essere accostato minimamente ad una psicoterapia in senso classico.

Occorre prestare estrema attenzione a sollevare problematiche che non possono essere sufficientemente comprese e contenute dal “terapeuta” o restituite bonificate a causa del deficit di comunicazione. Fare psicoterapia con persone afasiche può risultare addirittura dannoso. Riguardando il percorso descritto fino a questo momento, qualsiasi operatore della psiche comprenderebbe la difficoltà di utilizzare uno strumento, ovvero la psicoterapia su soggetti che, a causa della lesione, hanno perduto la capacità di utilizzare le proprie abilità metacognitive. Inoltre l’impossibilità di utilizzare il linguaggio interno in modo adeguato rappresenta un’ulteriore barriera all’applicazione di determinate tecniche con format psicoterapico. Tuttavia il fantasma della lesione non deve essere così idealizzato da non permettere interventi capaci di aiutare questi tipi di pazienti a costruire rapporti sociali validi o meglio a re-inventarli.

 

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